← Indietro Pubblicato da

Il sogno

Lo incontrai per caso, o almeno così credetti. Ero in viaggio, lontano da casa, quando incrociai lo sguardo di un uomo seduto sotto una sequoia, maestosa e immobile, sopravvissuta agli anni e alle intemperie. L’uomo aveva l’aria di chi conosce molte strade ma non appartiene a nessuna. Parlava con lentezza, come se stesse misurando ogni parola prima di lasciarla scivolare nel mondo.

Mi scrutò con intensità poi parlò:

“Ascolta, viandante dei due mondi.

Hai camminato nella piazza del tempo, cercando di trattenere ombre con la luce. Hai visto il passato scolpito nella pietra e il futuro scivolare via come acqua tra le dita. Ma l’ombra non è la cosa stessa, e la fotografia non può fermare il tempo.

Ora l’acqua ti chiama. Ti ha mostrato il fiume, il viaggio, l’uomo che sa parlare con la natura. Questo è il segno: non sei più solo colui che osserva, ma colui che deve entrare nella corrente.

L’apogeo è vicino. La diga della tua esitazione trema. Puoi restare sulla riva e contemplare il fluire delle acque, oppure gettarti, lasciarti trasportare da questo continuum, accettare che non esiste ritorno per chi ha visto il fiume con occhi nuovi.

Presto, il tuo cammino non sarà più tra ombre e pietra, ma tra vento e schiuma. Presto, la domanda non sarà più quanto posso trattenere?, ma quanto posso lasciar andare?

Il fiume conosce la via, anche quando tu non la vedi.”

Lo guardai, senza parlare. Conscio del fatto che mi stesse descrivendo due sogni che mi rimasero impressi.

Al tempo, non sapevo ancora che la piazza e il fiume erano due versioni della stessa cosa. Quei sogni erano un tutt’uno. Colui che cerca di trattenere l’ombra e colui che si lascia trasportare dalla corrente sono, in fondo, lo stesso uomo.

Sono io.