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L' uomo selvaggio o il benefattore

L’uomo selvaggio o il benefattore

Archetipo di una società che potrebbe guarire

La società contemporanea ha prodotto i suoi personaggi come una fabbrica produce le merci.
Non individui, bensì forme di adattamento.

Il main character nasce in un mondo dove esistere significa essere visti. È l’io narrativo permanente, l’uomo che vive come se ogni gesto dovesse avere un pubblico che lo celebra. La sua tragedia non è il narcisismo, ma la dipendenza dal riconoscimento esterno, in un modno fattosi vetrina.

Il decadente, invece, è il suo negativo fotografico. È colui che ha visto troppo, che ha compreso il vuoto dietro la messa in scena. Non crede più nel gioco, ma non fa nulla per cambiarlo, agisce non agend: facendosi attraversare da una massa indistinta di emozioni ed accadimenti. È l’uomo che ha perso quella che nietzsche definbirirebbe la volontà di potenza.

L’antifragile tenta una terza via: trasforma il caos in forza, l’urto in crescita. Ma spesso, nella sua versione contemporanea, rischia di diventare un adattamento eroico a un sistema malato. Resiste, sì, ma resiste dentro la tempesta, non mettendo mai in discussione il clima che la genera.

L’uomo selvaggio non è la somma di questi archetipi.
È la loro uscita laterale.

Il selvaggio come inversione

“Selvaggio” non va inteso come primitivo.
Significa non addomesticato da una logica alienante.

L’uomo selvaggio non ha bisogno di essere protagonista (main character), perché non vive come spettacolo. Non è decadente, perché non ha rinunciato al senso: lo ha ridimensionato. Non è antifragile nel senso performativo del termine, perché non cerca continuamente lo stress per dimostrare valore. È antifragile in modo più profondo: sceglie ambienti che non lo distruggono.

Qui entra in gioco Walden.

Henry David Thoreau non si ritirò nei boschi per fuggire dalla società, ma per metterla alla prova.
Cito:

“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita…”
(Walden; ovvero Vita nei boschi, 1854)

Walden è il gesto fondativo dell’uomo selvaggio moderno: spogliarsi del superfluo per verificare cosa resta dell’umano. Essenza non per moralismo, ma per chiarezza.

Quando Thoreau afferma che:

“La massa degli uomini conduce una vita di quieta disperazione”

non sta facendo poesia, bensì antropologia esistenziale. Sta osservando ciò che accade quando i ritmi non sono più umani, quando il tempo è colonizzato dalla produttività, quando l’individuo è isolato e poi colpevolizzato per la sua solitudine. (cfr. Il Cavallo di Torino)

L’uomo selvaggio nasce esattamente lì, dove questa disperazione viene riconosciuta e rifiutata.

Cooperazione vs accumulo: ciò che siamo stati, ciò che abbiamo capovolto.

L’idea che l’essere umano sia, per natura, competitivo, egoista e accumulatore è storicamente e scientificamente fragile.

L’antropologia evolutiva mostra esattamente il contrario: per decine di migliaia di anni, la cooperazione è stata il vero vantaggio adattivo, senza la quale non avremmo potuto prosperare sino ai giorni nostri.

Nelle società di cacciatori-raccoglitori:

  • chi accumulava risorse senza condividerle veniva isolato o espulso;
  • chi cooperava, condivideva, manteneva relazioni, era socialmente riconosciuto;
  • la sopravvivenza dipendeva dal gruppo, non dall’individuo.

Peter Kropotkin, nel suo libro ‘Il mutuo appoggio: un fattore dell’evoluzione’ , lo afferma con chiarezza: non è la competizione sfrenata ad averci fatti sopravvivere, ma l’aiuto reciproco. Le ricerche contemporanee su strong reciprocity e altruismo confermano che l’essere umano è disposto a cooperare anche a costo personale, perché l’appartenenza è un bisogno primario, non un lusso.

Eppure oggi viviamo un capovolgimento.

Chi accumula, chi sfrutta, chi fa torti ai propri simili è spesso considerato “di successo”, rispettabile, vincente. Chi coopera viene romanticizzato o marginalizzato. È un’inversione profonda: ciò che un tempo era disfunzionale, oggi è divenuto modello a cui ambire.

L’uomo selvaggio è, dunque, la memoria incarnata di questo errore.

Il benefattore

Per questo motivo, l’uomo selvaggio è anche un benefattore.

Non perché distribuisce ricchezza, ma perché ristabilisce le condizioni dell’umano. Porta comunità dove c’era competizione. Ritmi condivisi dove c’era accelerazione alienante. Presenza dove c’era performance.

Non evangelizza. Non impone.
Vive in modo tale che la sua esistenza diventi una domanda aperta per gli altri.

Mentre il main character chiede attenzione,
il decadente chiede di essere lasciato in pace,
l’antifragile chiede nuove sfide,
l’uomo selvaggio chiede una sola cosa: tempo abitabile.

Conclusione: non un ritorno, una ricomposizione

L’uomo selvaggio non vuole tornare indietro.
Vuole ricomporre ciò che è stato spezzato.

È l’archetipo di chi ha attraversato la società malata, ne ha riconosciuto le forme, e ha scelto di non farsi plasmare del tutto. Non è puro. Non è innocente. Ma è presente.

In un’epoca che produce individui come scarti emotivi, l’uomo selvaggio è una possibilità:
non di salvezza totale, ma di sanità parziale.

Ed è forse questo, oggi, il gesto più rivoluzionario che si possa fare.

Bibliografia essenziale:

Peter Kropotkin, Il mutuo appoggio: un fattore dell'evoluzione, 1902.

Thoreau, Henry David, Walden: ovvero Vita nei boschi,1854.

Thoreau, Henry David, Disobbedienza civile, 1849.